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Il referendum sulla magistratura: una riforma tecnica o un assalto silenzioso alla Costituzione antifascista?

04/03/2026 18:39

Redazione

Pubblica Amministrazione,

Il referendum sulla magistratura: una riforma tecnica o un assalto silenzioso alla Costituzione antifascista?

Un referendum sulla magistratura promosso da un governo di destra che tocca 7 articoli della Costituzione. Cosa nasconde davvero?

Ci sono momenti nella storia di un paese in cui una scelta tecnica nasconde una posta molto più alta. Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 — quello sulla riforma Meloni-Nordio della magistratura — potrebbe essere uno di questi momenti. In superficie si discute di separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, di riorganizzazione del Consiglio Superiore della Magistratura, di sorteggio dei suoi componenti. Ma sotto quella superficie, se si ha la pazienza di scavare, si trova qualcosa di più antico e più inquietante: la domanda su chi debba controllare chi, in uno Stato che si dice democratico.

 

La riforma, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025, tocca sette articoli della Costituzione: l'87, il 102, il 104, il 105, il 106, il 107 e il 110. Non è una modifica chirurgica. È una riscrittura strutturale dell'assetto istituzionale della giustizia italiana, la più radicale dalla nascita della Repubblica. Il Parlamento l'ha approvata senza raggiungere la maggioranza qualificata dei due terzi, il che ha reso obbligatorio il voto popolare. Adesso la parola spetta ai cittadini.

 

Per capire cosa c'è davvero in gioco, bisogna tornare indietro di quasi ottant'anni, a quando la Costituzione non esisteva ancora e bisognava costruirla. Era il 1946, l'Italia usciva distrutta dalla guerra e dalla dittatura. L'Assemblea Costituente era composta da donne e uomini che avevano attraversato il fascismo, la clandestinità, i campi di prigionia, la Resistenza. Non scrivevano una legge qualsiasi: scrivevano un patto che avrebbe dovuto impedire che ciò che era accaduto potesse accadere di nuovo.

 

Uno dei protagonisti di quei lavori fu Piero Calamandrei, giurista fiorentino, partigiano, membro della Commissione dei 75 incaricata di redigere la Carta. Fu lui il relatore principale sull'ordinamento della magistratura e sulla Corte Costituzionale. Fu lui a insistere con maggiore forza sull'indipendenza del pubblico ministero dal potere esecutivo e sul principio di obbligatorietà dell'azione penale. Calamandrei aveva capito, per esperienza diretta, cosa succede quando la magistratura è asservita al potere politico: le persone giuste finiscono in carcere e quelle sbagliate restano libere.

 

Il messaggio politico dei padri costituenti era chiaro, e non lasciava spazio a equivoci: la magistratura doveva essere indipendente non perché i giudici fossero infallibili, ma perché nessun governo — di qualsiasi colore — avrebbe dovuto poter decidere chi perseguire e chi proteggere. Il CSM, organo di autogoverno della magistratura, era la garanzia istituzionale di quella indipendenza. Non a caso Calamandrei aveva avvertito: «Quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra» (citato in Indro Montanelli, Il testimone, Longanesi, 1992).

 

Quella stessa architettura istituzionale è oggi sotto esame. La riforma Meloni-Nordio non si limita a separare le carriere dei magistrati — obiettivo presentato come bandiera, ma che gli stessi sostenitori della separazione come Marco Boato ammettono essere diventato marginale rispetto al progetto complessivo. Il cuore della riforma è il CSM: viene sdoppiato in due organi separati, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, e il meccanismo elettivo per la scelta dei suoi componenti viene sostituito con il sorteggio. I membri cosiddetti "laici" — avvocati e professori — continueranno invece a essere scelti dal Parlamento. Il risultato è uno squilibrio strutturale: la componente politica peserà di più, quella togata di meno.

 

Non è un'ipotesi catastrofista. È la lettura che emerge dalle parole degli stessi promotori della riforma. Il ministro Carlo Nordio ha dichiarato apertamente che la riforma serve a garantire il primato del governo sulla magistratura. Giorgia Meloni, il 30 ottobre 2025, dopo che i tribunali avevano bloccato alcuni provvedimenti del suo governo, ha definito la riforma «la risposta più appropriata all'invasione di campo» dei giudici. Sono parole politiche, non giuridiche. E le parole politiche, quando riguardano la Costituzione, meritano di essere prese sul serio.

 

Ed è qui che sorge la domanda che molti fanno fatica a formulare ad alta voce, forse per timore di sembrare retorici o allarmisti: questo referendum, promosso da un governo che si riconosce nella tradizione della destra post-fascista italiana, nasconde l'obiettivo di sfatare il principio che la Costituzione sia essenzialmente una carta antifascista? Non si tratta di accusare nessuno di volere un ritorno alla dittatura. Si tratta di osservare che modificare in modo strutturale gli articoli che garantiscono l'indipendenza della magistratura significa toccare uno dei pilastri che i costituenti avevano eretto proprio come presidio contro la concentrazione del potere.

 

Calamandrei, nel suo celebre discorso agli studenti milanesi del 26 gennaio 1955, aveva detto: «Dietro ogni articolo della Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta». E ancora, con la lucidità di chi sa che le democrazie non muoiono sempre in modo rumoroso: «Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere che però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma. Ma vuole istituire, senza parere, una larvata dittatura». (Discorso sulla Costituzione, Società Umanitaria, Milano, 26 gennaio 1955).

 

Quelle parole furono pronunciate settant'anni fa. Eppure, sembrano scritte per descrivere il dibattito di oggi. Non perché la storia si ripeta meccanicamente, ma perché certi meccanismi di erosione del potere giudiziario sono strutturalmente ricorrenti. Lo stesso presidente Mattarella, citando Calamandrei, ha ricordato che «la Costituzione è figlia dell'antifascismo». Non è una frase celebrativa. È un'indicazione di metodo: per valutare ogni proposta di modifica costituzionale, bisogna chiedersi se essa rafforza o indebolisce i contrappesi democratici che quella storia ha reso necessari.

 

Il referendum del 22 e 23 marzo non ha quorum. Basta la maggioranza dei voti validi, indipendentemente dall'affluenza. Ogni scheda pesa allo stesso modo. Chi non va a votare, di fatto, lascia decidere agli altri. In un paese in cui la partecipazione tende a calare ad ogni consultazione, questo dato non è neutro.

 

La domanda che questo referendum pone non è tecnica. È la domanda fondamentale di ogni democrazia: chi controlla chi? I magistrati possono sbagliare, e in alcuni casi lo hanno fatto. Le correnti interne alla magistratura hanno creato distorsioni reali. Ma la risposta a questi problemi non può essere consegnare il controllo sulla magistratura alla politica. Sarebbe come curare una febbre togliendo il termometro.

 

La Costituzione, come ricordava Calamandrei, non è una macchina che va da sola. Ha bisogno di essere difesa ogni giorno, con consapevolezza. Il 22 marzo sarà uno di quei giorni.

 

 

Fonti:

— Wikipedia, Referendum costituzionale in Italia del 2026 (aggiornato al 3 marzo 2026)

— Wikipedia, Riforma costituzionale Meloni-Nordio

— CGIL, Riforma della magistratura, le ragioni del No al referendum del 22-23 marzo 2026

— Giustizia Insieme, Il referendum sulla riforma costituzionale della magistratura ordinaria

— Treccani Enciclopedia, voce "Piero Calamandrei" (Il Contributo italiano alla storia del Pensiero: Diritto)

— Piero Calamandrei, Discorso sulla Costituzione, Milano, Società Umanitaria, 26 gennaio 1955

— Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, Serie Generale n. 253, 30 ottobre 2025