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Perché l’Occidente torna a parlare di guerra: economia, risorse e fine delle certezze

22/12/2025 12:05

Redazione

Cronaca Estera,

Rappresentazione simbolica del ritorno della guerra in Occidente, con forze militari, bandiere di Stati Uniti e Unione Europea, denaro e grafici economici a indicare il legame tra conflitto, economia e risorse

Dalla crisi economica alle risorse strategiche, un’analisi dei fattori che riportano la guerra al centro del dibattito occidentale dopo decenni di stabilità.

Per molto tempo le società occidentali hanno vissuto dentro una convinzione profonda: la crescita economica, pur con crisi cicliche, avrebbe continuato a garantire stabilità, benessere e pace. Oggi quella convinzione si sta sgretolando. Le economie avanzate crescono lentamente, il lavoro è più instabile, il debito pubblico pesa come non mai e la fiducia nel futuro si assottiglia. In questo contesto, il ritorno della guerra nel discorso politico non è un incidente, ma un sintomo.

Quando un sistema economico rallenta in modo strutturale, le tensioni non restano confinate ai grafici. Si traducono in insicurezza sociale, polarizzazione politica e ricerca di soluzioni rapide. Gli strumenti tradizionali — welfare, investimenti civili, politiche redistributive — richiedono tempo e risorse che molti Stati oggi non hanno. La spesa militare, al contrario, è immediata, giustificabile e difficilmente contestabile: la sicurezza viene prima di tutto.

Negli ultimi anni il settore militare è tornato a essere visto come un motore di crescita implicito. Produzione industriale, ricerca tecnologica, occupazione qualificata: il riarmo offre risultati misurabili in tempi brevi. In un’economia che fatica a reinventarsi, la prospettiva di una tensione permanente sostiene interi comparti produttivi.

A questo si aggiunge un altro fattore decisivo: la questione delle risorse. Per decenni l’Occidente ha dato per scontato l’accesso a energia, materie prime e componenti tecnologici grazie al mercato globale. Oggi dipendere da pochi Paesi per gas, petrolio, terre rare o semiconduttori non è più visto come un problema economico, ma come una vulnerabilità strategica.

Il mercato globale viene ormai interpretato come uno spazio di conflitto. Sanzioni, controlli alle esportazioni e restrizioni tecnologiche hanno trasformato l’economia in un campo di pressione politica permanente. Ogni catena di approvvigionamento diventa una possibile arma.

Sul fondo di tutto questo c’è una paura più ampia: il timore del declino. Le società occidentali invecchiano, crescono meno e vedono emergere nuovi centri di potere economico e politico. Questa perdita di centralità genera una reazione difensiva.

Nel frattempo, il linguaggio della guerra si è normalizzato. Nei media e nel dibattito pubblico il conflitto viene spesso descritto come inevitabile, tecnico, quasi amministrativo.

Infine, pesa una responsabilità storica: la pace è stata trattata come un’eredità automatica, non come un progetto politico da rinnovare. In assenza di una visione forte di cooperazione e diplomazia, la guerra rientra nel campo delle possibilità.

Fonti:
– Fondo Monetario Internazionale (FMI), World Economic Outlook
– OCSE, Economic Outlook e Productivity Reports
– Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), World Energy Outlook
– Commissione Europea, Critical Raw Materials Act