Per molti giovani, oggi, la prima fonte di orientamento non è una persona, un libro o un’istituzione, ma un sistema.
Un algoritmo che suggerisce cosa leggere, chi seguire, che lavoro scegliere, come migliorare se stessi.
L’intelligenza artificiale non si limita più a calcolare: interpreta, consiglia, valuta.
In silenzio, sta ridefinendo il concetto stesso di “decisione giusta”.
È in questo spazio, poco raccontato dai mass media tradizionali, che si apre una delle crisi più profonde del cattolicesimo contemporaneo:
il conflitto tra coscienza morale e moralità algoritmica, tra la promessa di una salvezza tecnologica e la proposta cristiana di libertà, responsabilità e redenzione.
La morale cattolica si fonda su un presupposto chiave: l’uomo è chiamato a discernere.
Non a ottimizzare, non a massimizzare l’efficienza, ma a scegliere, assumendosi il peso delle conseguenze.
La coscienza, nella tradizione cristiana, non è un sentimento soggettivo né una regola esterna:
è uno spazio interiore di confronto tra libertà, verità e responsabilità.
L’algoritmo, al contrario, funziona per delega.
Analizza dati, prevede comportamenti, propone la soluzione “più probabile” o “più efficace”.
Non chiede conversione, non conosce il pentimento, non contempla il fallimento come occasione di senso.
Per un giovane cresciuto in un ambiente digitale, questa differenza non è teorica. È quotidiana.
A questo si aggiunge l’emergere di una nuova trascendenza tecnologica.
L’IA non viene più percepita solo come strumento, ma come orizzonte di salvezza:
ottimizzare la vita, superare i limiti biologici, eliminare la sofferenza, prolungare indefinitamente l’esistenza.
Il cattolicesimo, davanti a tutto questo, appare spesso disarmato.
Non per assenza di riflessione, ma per difficoltà a entrare nel vissuto reale dei giovani.
Il rischio non è solo la perdita di fedeli, ma l’incomprensione del linguaggio stesso della fede.
Eppure, proprio qui si apre anche una possibilità:
senza coscienza non c’è vero progresso, e senza limite non c’è vera umanità.
